Meet the Innovator – Stefano Capezzone

Conosciamo le persone che cambiano il mondo in cui viviamo: Stefano Capezzone

Stefano Capezzone1

 

Stefano Capezzone è un ingegnere elettronico, imprenditore e maker. Nel 2002 abbandona il suo ultimo incarico da Direttore Marketing & Comunicazione presso una storica azienda informatica italiana per fondare la sua prima start-up. Dal 2015 è membro del Digital Champion Team di Roma.

 

 

  1. Come ti sei avvicinato al movimento maker? Negli anni ’80, da studente e appassionato di elettronica, ho vissuto l’entusiasmo dell’innovazione tecnologica costituita dalla nascita dei primi microcomputer ad 8 bit, negli anni successive mi sono sempre occupato di innovazione digitale e ho vissuto il boom informatico che ha reso l’informatica una commodity grazie anche allo sviluppo del software open source. Tuttavia, solo in tempi recenti ho ritrovato nel movimento maker quel clima di entusiasmo che deriva anche dal contatto diretto con la tecnologia. E’ un movimento che opera nel settore manifatturiero in un modo che ha molte analogie con il movimento hacker che negli anni ’90 ha trasformato e democratizzato il settore del software. Quando ho conosciuto i ragazzi di Roma Makers ho deciso di supportare il loro progetto e di investire anche parte del mio tempo nella realizzazione del primo Fablab della capitale.
  1. Cosa apprezzi maggiormente degli ambiti dell’innovazione? Credo che il valore reale dell’innovazione risieda nella capacità di rendere accessibili le nuove tecnologie ad un vasto pubblico. Solo abbattendo le barriere che mantengono alto il costo di ingresso verso le nuove tecnologie è possibile creare innovazione sociale e migliorare la qualità della vita in una nazione.
  1. Qual è la tua idea di “ecosistema dell’innovazione perfetto”? Un ecosistema per l’innovazione deve essere  in grado di mettere in rete le eccellenze e le energie positive che esistono sul territorio, favorendo la condivisione delle conoscenze e la contaminazione delle diverse discipline. Al giorno d’oggi la suddivisione classica tra scienza e tecnologia da un lato e materie artistiche e umanistiche dall’altro è assolutamente superata. Arte e design sono diventati parte integrante dei processi di sviluppo dei prodotti tecnologici più innovativi. L’innovazione spesso scaturisce in modo inatteso da settori apparentemente distanti da quelli su cui alla fine se ne percepiscono gli effetti. Si pensi a fenomeni come Arduino, un prodotto nato in una scuola di design, pensato per artisti e creativi che oggi sta cambiando il mercato delle schede elettroniche. La Rete è il presupposto strutturale importante per garantire la diffusione delle conoscenze e la circolazione delle idee in una logica open source. La storia recente mostra con chiarezza come i modelli open source sono in grado di accelerare enormemente il progresso tecnologico favorendo la cooperazione tra community costituite da un numero spesso molto alto di individui fortemente motivati con cui nessuna divisione Ricerca e Sviluppo aziendale, che operi in regime di riservatezza industriale, è in grado di competere, per quanto grandi siano gli investimenti messi in campo.Digital Champion
  1. Come Digital Champion, quali attività potrebbero massimiizzare il lavoro di chi si muove negli ambiti dell’innovazione? Nell’attuale sistema non vengono svolte sufficienti azioni per sostenere i movimenti e le reti che generano innovazione operando dal basso. La rete dei makers italiani è una delle community più importanti ed attive a livello mondiale, esistono altre reti e iniziative che sono in grado di apportare innovazione anche a livello sociale, tuttavia le politiche di sostegno all’innovazione sono ancora improntate a logiche di sviluppo pilotate dall’alto. Il sistema tende a stimolare la nascita di iniziative imprenditoriali attraverso l’impiego di capitali, la maggior parte degli incubatori e acceleratori di start-up sono gestiti secondo le logiche del mondo finanziario più che industriali. La collocabilità a breve termine sul mercato delle imprese incubate è una logica che rischia di sottovalutare il potenziale innovativo a lungo termine di molti progetti che vengono presentati ma che non trovano spazi di finanziamento. Istituzioni e amministrazioni dovrebbero colmare questa carenza con azioni che siano in grado di rimuovere gli ostacoli che spesso frenano lo sviluppo di iniziative che potrebbero avere impatti positivi e importanti sull’ecosistema dell’innovazione. Azioni a costo zero come l’assegnazione di spazi pubblici inutilizzati alle associazioni e alle reti che svolgono attività innovative e di utilità per il proprio territorio potrebbero essere un fattore sufficiente a sostenere iniziative in grado di crescere ed autofinanziarsi nel medio termine, anche in assenza di capitali significativi. Sono proprio questi progetti, nati dal basso, che creano quella rete in grado di alimentare l’ecosistema ideale per l’innovazione di cui parlavamo prima.
  1. La stampa 3D e il digital manufacturing sono ampiamente considerate ma c’è molto di più nel movimento maker. Cos’altro vale la pena esplorare per comprenderlo meglio?  Nell’ambito delle tecnologie che caratterizzano il movimento maker la stampante 3D è probabilmente quella meno utilizzata ma sicuramente la più suggestiva per il pubblico. L’idea di generare un oggetto materiale partendo dal nulla è affascinante. In realtà la stampante 3D è uno strumento di prototipazione. Per un designer è importante avere tra le mani un modello fisico del prodotto che sta progettando. Attraverso il prototipo è possibile vedere eventuali difetti di progettazione più facilmente che attraverso un rendering disegnato su schermo o su carta. Il ciclo di sviluppo dei nuovi prodotti viene drasticamente accorciato se è possibile realizzare dei prototipi a basso costo. La tecnologia di stampa 3D non è una tecnologia nuova, esiste da molti anni. L’elemento innovativo è costituito dall’abbattimento dei costi delle stampanti 3D, grazie ai progetti open source condotti dai maker. Il vero impatto del movimento maker nel settore manifatturiero è proprio questo. Improvvisamente sono diventate disponibili a basso costo tutte le tecnologie che caratterizzano la moderna produzione di manufatti high-tech. Macchine a controllo numerico come le frese CNC e le tagliatrici laser, unite alle tecnologie di prototipazione rapida in campo elettronico e informatico permettono di implementare un modello di laboratorio di fabbricazione digitale in grado di realizzare (quasi) qualunque prodotto. Cooperazione in rete, creatività e open source hanno permesso di abbattere i costi di accesso alle tecnologie di fabbricazione digitale. Attrezzare un Fablab, cioè un laboratorio equipaggiato con le tecnologie maker, richiede oggi investimenti che si misurano in decine di migliaia di Euro, cioè quasi due ordini di grandezza meno dell’investimento richiesto solo pochi anni fa. Attraverso la creazione di una rete di centri di fabbricazione digitale di questo tipo dislocati sul territorio è possibile ipotizzare un modello di industria manifatturiera in grado di realizzare i prodotti in prossimità dei consumatori finali con un elevato grado di personalizzazione. E’ una grande opportunità per riportare la manifattura dei prodotti tecnologici nelle nazioni occidentali, remunerando adeguatamente il lavoro dei nuovi artigiani digitali e con grandi benefici in termini di risparmio di risorse per il pianeta. Infatti, in questo scenario, sono i bit dei progetti che viaggiano lungo la rete e non gli atomi dei prodotti finali ad essere trasportati da una sponda all’altra dell’oceano. E’ la conoscenza del complesso di tecnologie che sono presenti in un Fablab che andrebbe approfondita se si vuole comprendere il vero valore innovativo del movimento maker.
  1. Budget ridotti all’osso: quanta parte gioca il movimento maker per contrastare questo trend? E’ proprio il modello di fabbricazione digitale distribuita che abbiamo appena descritto che permette di dare una risposta a queste esigenze. La fabbricazione su bassa scala con tecnologie digitali permette la realizzazione di prodotti con un alto livello di personalizzazione ad un costo adeguato alle nuove capacità di spesa dei consumatori.
  1. IDEO, importante design firm, ha appena assunto una persona di 91 anni nel team di ricerca sulla terza età. Quanta attenzione c’è al design partecipato nel mondo maker? Che valore esprime? Il valore del co-design è molto importante. Attraverso la cooperazione di individui di diversa estrazione culturale e provenienti da percorsi formativi e professionali diversi viene favorito quel processo di contaminazione che genera innovazione. Molti dei progetti che vengono svolti nei fablab sono condotti secondo un modello di progettazione partecipativa.
  1. A cosa somiglia l’innovazione in Italia in questo momento? Quanto feeling c’è con il movimento maker? Sono ottimista, mi piace pensare che anche grazie alla forte attività e vitalità del movimento maker italiano la cultura dell’innovazione sia iniziata a penetrare nelle istituzioni. La grande attenzione che si percepisce verso eventi significativi come la Maker Faire è uno dei segnali più evidenti. Il grande successo di pubblico che ha avuto la scorsa edizione della Maker Faire è un elemento che non può essere ignorato dalla politica locale. E’ un segnale che a livello sociale esiste un forte bisogno di innovazione.
  1. Che modello immagini per il sistema dell’innovazione italiano? Mi piace immaginare un sistema per l’innovazione che sia conforme ai principi del networking, della diffusione delle conoscenze e dell’open source enunciati finora con una cultura di questo tipo che parta innanzitutto dalla scuola.
  1. Secondo te, quali aspetti dovrebbe valorizzare il nostro paese per rendersi più attraente nei confronti di talenti stranieri? L’Italia è un paese culturalmente molto ricco e potenzialmente attraente per i talenti stranieri. Occorre tuttavia semplificare la burocrazia che oggi frena la nascita di molte iniziative e crea un terreno fertile per la corruzione. Inoltre occorre agevolare il più possibile l’accesso agli strumenti finanziari e al sistema creditizio.
  1. Come Digital Champion, sei riuscito a creare intorno a te un ambiente fertile e reattivo? Stai riscontrando difficoltà o qualche momento di ‘solitudine’? Il contesto romano è abbastanza diverso da quello delle realtà urbane più piccole e periferiche. A Roma opera un team di sette Digital Champion e proveniamo tutti da reti che sono attive da molti anni nel campo dell’innovazione digitale, per cui siamo abituati ad interagire con le istituzioni e le pubbliche amministrazioni cercando di dare il massimo risalto alle nostre attività. Indubbiamente è difficile ottenere risultati concreti e smuovere strutture burocratiche che continuano ad operare secondo vecchie logiche di gestione della politica, tuttavia l’enorme macchina mediatica messa in moto da Riccardo Luna, il Digital Champion Italiano nominato dall’attuale governo, facilita molto il nostro lavoro in questi ultimi tempi.
  1. Cosa temi di più per il futuro dell’innovazione? Il mio principale timore è che i nostri rappresentanti politici non comprendano appieno quanto sia urgente e necessario riformare il sistema dell’innovazione. Vi sono riforme che non possono più essere rimandate.
  1. Cosa consideri il tuo successo maggiore come Digital Champion finora? L’attività dei Digital Champion è appena iniziata, è ancora troppo presto per valutare i risultati. L’essere riusciti in meno di un mese a coinvolgere la rete delle Camere di Commercio di tutta Italia per organizzare in simultanea un evento formativo rivolto alle imprese sulla fatturazione elettronica è stato uno dei primi risultati positivi ottenuti.
  1. Qual è una tua ‘stravaganza da innovatore’? Non considero me stesso una persona stravagante ma quando nel 2002 ho lasciato volontariamente un ottimo e sicuro impiego da top manager presso una grande azienda per fondare la mia prima start-up sono stato considerato da molti stravagante. Ciò che è accaduto negli anni successivi ha mostrato che quella era la scelta giusta da fare in quel momento. Lavorare come imprenditore mi permette di poter avviare le iniziative che ritengo abbiano un valore innovativo. L’innovazione è l’arma migliore per uscire dalla crisi. Nella lingua cinese l’ideogramma che rappresenta la crisi è lo stesso che rappresenta il concetto di opportunità.
  1. Su cosa credi dovremmo iniziare a a lavorare per rendere questo mondo un posto migliore? Investire sul modello maker e sulle tecnologie di fabbricazione digitale può avere un grande impatto positivo sul nostro mondo.
  1. Se potessi dare un consiglio ai nostri politici sull’innovazione, quale sarebbe? Il consiglio è quello di osservare attentamente quello che sta avvenendo nei paesi anglosassoni sulle politiche di sostegno all’innovazione e nel contempo ascoltare ciò che hanno da dire le organizzazioni che sono attive nell’innovazione digitale, nate spontaneamente dal basso.

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Dopo la Laurea con Lode conseguita presso l’Università La Sapienza di Roma, Stefano Capezzone inizia a lavorare presso aziende high-tech nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Durante il periodo di forte sviluppo del settore ICT in Italia negli anni ’90 intraprende la carriera manageriale continuando ad occuparsi di innovazione tecnologica, che lascia nel 2012 per lanciare la sua prima startup. Da allora, ha continuato ad avviare iniziative imprenditoriali sul fronte avanzato dell’innovazione digitale costruendo attorno a se un team affiatato di soci e collaboratori.

Negli ultimi anni la sua attività di ricerca e sviluppo è stata indirizzata verso le tecnologie di fabbricazione digitale e i nuovi paradigmi industriali emersi nell’ambito del movimento maker. Dal 2013 ha avviato un’importante collaborazione con l’Associazione Roma Makers che gestisce il Fablab omonimo nel quartiere romano della Garbatella.

http://fablab.romamakers.org