Meet the Innovator – Intervista a Tomas Diez

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Tomas Diez is è un urbanista di origine venezuelana specializzato in digital fabrication e nelle sue implicazioni nello sviluppo delle città del future. Attualmente coordina il progetto Fab Lab dell’Istituto Superiore di Architettura Avanzata della Catalogna e la Fab Academy, espressione del network internazionale dei Fab Lab. Le sue ricerche si concentrano sull’uso degli strumenti digitali per la trasformazione della realtà fisica, allo scopo di trovare una relazione più fluida tra uomo e macchina.

1. Come ti sei avvicinato al mondo #maker? Si è trattato di un caso (come diverse altre cose importanti della mia vita). Stavo completando i miei studi in urbanistica in Venezuela nel 2006 e avevo appena deciso di trasferirmi in Europa: a Londra, Madrid o Barcellona. Mandai oltre 25 domande di internship a diverse realtà; ne avevo bisogno per completare la mia tesi. Fui accettato da due di loro ma decisi comunque per Barcellona: avevo sempre amato la città e l’offerta dallo IAAC era davvero allettante. E una volta li, mi sono ritrovato nel meeting sbagliatio…ero al tavolo con i direttori dello IAAC quando Vicente Guallart (uno dei fondatori e direttore a quell tempo) disse: Neil Gershenfeld arriverà tra 3 mesi, ci serve un Fab Lab. Questo è il libro e questa la lista dei macchinari, chi può occuparsene?” Ovviamente fu lo stagista a vincere la sfida. Una volta iniziato il libro e le ricerche sulla digital fabrication mi ritrovai a pensare “dimentica la progettazione di piazza e strade, questo è il vero modo di cambiare le città, cambiando I modelli di produzione e il ruolo dei cittadini in tutto questo”. E quindi iniziai a progettare l’inventario ed a lavorare con Victor Viña  e Shane Salisbury (entrambi grandi maestri) per lanciare Fab Lab Barcelona all’inizio del 2007.

2. Cosa apprezzi di più dell’universo #maker? Mi piace l’idea di restituire il potere alle persone, ai singoli, e la presenza di opportunità e di opzioni, che considero la vera idea di ‘uguaglianza’.  Non credo nei sistemi che disegnano per noi percorsi predefiniti, o che pongono tutti sullo stesso piano, a prescindere Credo invece che abbiamo bisogno di scelte per evolvere, e che dotare le persone sia degli strumenti che delle piattaforme per condividere ed innovare sia la cosa migliore che possiamo fare, l’essenza del “maker movement” (anche se non condivido fino in fondo questo naming). Siamo stati maker per secoli, cercando di bilanciare l’industrializzazione che manteneva distanti produzione e consumo. Mi suona un po’ strano ora parlare di ‘making’ come fosse qualcosa del tutto nuovo, perché siamo makers da sempre! Preferisco definirci come protagonisti di un’era di transizione, una volta ancora, come addadde all’inizio del XX secolo e, prima, alla fine del XV secolo

3. Qual è la tua idea di sistema dell’innovazione perfetto? Molti sostengono che sia quello al quale tutti i settori partecipano, e mi trovano d’accordo. Suonerà forse scontato ma, per me, l’innovazione dovrebbe derivare non da repliche di modelli genere Silicon Valley, o comunque modaioli, ma  da ciò che non mi aspetto, come quando siedo vicino a qualcuno con il quale non dovrei avere niente in comune, o parlo a chi mai avrei immaginato di voler coinvolgere in qualcosa. E quindi, si: industria, governi, società civile, formazione, istituzioni, imprese…tutti dovrebbero essere parte del sistema e perchè accada c’è bisogno di spazio, fisico e mentale, e di piattaforme in cui tutto questo possa realizzarsi.  Ecosistemi come questi dovrebbero poter crescere liberi in ogni città e in ogni regione, a partire dalle loro proprie risorse, secondo modelli bottom-up puro.

4. Quali attività definiscono al meglio la tua idea di ‘smart city? Ad oggi, “smart city” è stato un brand molto utilizzato sia dal pubblico che dal private per vendere prodotti e servizi e giustificarne i relative costi. Sono convinto che la tecnologia serva, e che custodisca il potenziale necessario ad abilitare nuovi approcci al governo ed alla gestione delle città. Ma ritengo anche che la visione di una città ‘smart’ non debba limitarsi agli aspetti infrastrutturali sotto il profilo tecnologico, specie se questo è funzionale al ‘controllo’ di chi ci vive! Ricordo la mia sorpresa quando il progetto Control Operation Room (COR) di Rio de Janeiro vinse come miglior progetto allo “Smart City Expo and World Congress” di Barcelona, nel  2013: per me, COR era una moderna trasposizione di 1984 di George Orwell: una stanza piena di schermi dai quali monitorare tutta la città. Immaginavo già il sindaco vestito come Doctor Evil spegnere ed accendere i semafori a suo piacimento…Decisamente, non la mia idea di “smart”.  D’altro canto però, anche il nostro progetto “Smart Citizen” vinse, nella stessa occasione, nella categoria “Progetti Innovativi” ; nel 2014, il termine “smart citizen” è stat oil più utilizzato da sindaci, imprenditori, ricercatori.

L’intera idea di smart city non ha molto senso se non avviene attraverso la valorizzazione del ruolo dei cittadini: nuove infrastrutture sono utili e necessarie ma lo sono anche le opportunità di trovarsi, condividere, apprendere che ai cittadini devono essere, quindi, riservate. Il ruolo dei cittadini va nella direzione opposta a quella del controllo; sono convinto che vedremo molte battaglie sul tema nei prossimi anni, esattamente come sta avvenendo per Internet.

5. Come possono le città far fronte alle esigenze di sempre nuovi servizi in un momento come questo di tagli ai budget, senza compromettere il proprio orientamento all’innovazione? La chiave, per me, è nell’allocazione delle risorse. Viviamo in un mondo surreale, dove quasi tutto è appannaggio delle autorità di governo, perlomeno in Europa. Le persone vanno al lavoro, guadagnano quanto possono, vanno in vacanza. A tutto il resto pensa lo stato. Ma questo modello ha già ampiamente dimostrato di non essere più sostenibile.  A parer mio, dovremmo chiedere ai nostri governanti piattaforme ed infrastrutture che abilitino i cittadini a creare loro stessi lavoro. Non dico che tutti faremmo meglio a perseguire una carriere da imprenditori, né che dovremmo lanciarci in nostre attività, ma che abbiamo bisogno di diversificare il modo in cui il business è generato, e per perseguire questo obiettivo abbiamo bisogno anche di comprendere meglio i contesti piuttosto che di importare modelli dall’esterno. Dobbiamo lavorare sulla creazione di nuovi modelli di produzione, perché avranno un effetto domino, senza dubbio. Non parlo di una rivoluzione ma di evoluzione, un upgrade dei sistemi attualmente in uso. Perché, per esempio, ancora non votiamo digitalmente? Perché i bambini non imparano programmazione (bene!) fin dalla scuola primaria? Città e governi dovrebbero passare da ‘fornitori di servizi’ a ‘fornitori di opportunità’. Suona faticoso, me ne rendo conto, ma è in quella direzione che dobbiamo andare.

6. Quali aspetti dell’innovazione – secondo te – sono stati meglio recepiti dagli urbanisti e dai city manager? E dalle amministrazioni locali?  Devo essere onesto: ho la sensazione che ‘innovazione’ rischi di diventare soltanto l’ennesimo strumento di marketing di molti. Ogni governo locale ha inseguito il sogno di replicare una nuova Silicon Valley o un nuovo ecosistema dell’innovazione anche nel suo recinto. Anni fa fu il ‘la sostenibilità ambientale’; oggi tocca ai fablab e ai makers essere oggetto di questa curiosità ‘interessata’, e questo rischia di indebolire il movimento, se il cambiamento radicale di paradigma, sociale in primis, che porta con se’ non viene correttamente comunicato. Città come Barcellona o San Paolo sono (s)oggetto di moltissime iniziative, dal fablab pubblici a makerspace. Ci diranno cosa accadrà nel futuro. Questi spazi e le occasioni che portano con se’ saranno gestiti come tanti altri, da persone con mentalità 9-17, o piuttosto da appassionati, carismatici progettisti che restino tutto il tempo che serve a completare un progetto? E, ancora: saranno chiamati a costruire su quell’infrastruttura tutto un nuovo ordine di cose? O…? FabLab burocratizzati o liberi di trasformarsi, di evolvere in altro? La pianificazione urbana non ha solo a che fare con lo spazio costruito, e i designer non sono soltanto coloro che organizzano rotatorie e trasporti locali. L’urbanistica riguarda il design delle interazioni umane con, per la città e – secondo me – con la costruzione di piattaforme in grado di adattare le città ai bisogni di chi ci vive, piuttosto che il contrario e con un ritrovato ruolo di questi ultimi, che trasformi il contesto complessivo in qualcosa di nuovo a sua volta. La tecnologia lo permette, e siamo soltanto all’inizio. E’ questo il momento di tirar dentro la conversazione tutte le discipline, per combinarle in nuovi modelli di sviluppo.

7. Ross Atkin, su input di Bruce Sterling, ha recentemente pubblicato il “Manifesto for the Clever City”. Atkin supera l’idea di ‘smart’ e suggerisce attenzione all’inclusività come elemento chiave. Quanto c’è della tua visione della FabCity in questo approccio? Credo che la tecnologia sia inclusiva per sua natura. Acquisiamo nuove capacità per disegnare, sviluppare e costruire soluzioni, e la tecnologia ce lo consente. Mi piace il “Manifesto for the Clever City”: è semplice e chiaro, dritto al punto. Le città sono sistemi complessi : siamo noi, umanissimi, a definirle, e quello umano è il sistema più complesso per definizione. Il network di FabLab che si sta ora realizzando a Barcellona è pensato per rispondere a quei bisogni, e fornire ai cittadini l’infrastruttura che mancava. Simili a biblioteche, i Fabrication Athenaeums (il nome che abbiamo scelto per I nostri FabLab) mira a “spargere la voce” sull’innovazione in città (ogni municipio ne avrà uno) e a rappresentare la porta d’accesso all’innovazione per tutti, anche per quanti non abbiano alcuno specifico background, e per avvicinarli alla manifattura digitale, al coding, alla programmazione, alla stampa 3D. Tutto questo è molto ‘clever’, non trovate anche voi?

8. Austin (TX) prevede di aumentare I suoi residenti da 750.000 a 2 milioni in poco meno di 1 anno grazie ad un massiccio investimento in connettività e digitale. Una piccola città che diventa attrattiva e che invita a trasferirvisi da tutto il mondo. Che tipo di modello immagini per una città europea che volesse seguirne le orme? In Europa stiamo assistendo al fenomeno inverso: molti talenti lasciano la grande città e rientrano nelle proprie regioni, spesso meno ricche di opportunità. La gentrificazione di aree precedentemente dismesse è un trend in crescita. L’Europa si muove lentamente, e dentro regole e schemi spesso inadeguati, percepiti come una limitazione all’iniziativa individuale. Allo stesso tempo, però, alcune città già importanti consolidano la loro reputazione e il potere d’attrazione: Barcellona, Milano, Amsterdam, Londra, Berlino o anche Copenhagen e Ljubljana stanno polarizzando conoscenze e opportunità . Gli scenari sono diversi in Europa, vedremo.

9. Quali caratteristiche dovrebbe avere una città mediterranea per diventare maggiormente attrattiva verso un pubblico d’innovatori? Prima cosa da fare: smettere di copiare modelli di altre città. L’idea che ogni destinazione possa diventare la nuova Silicon Valley è insensata ma, sfortunatamente, è stata inseguita diverse volte. Le città del mediterraneo si fondano su valori culturali, geografici e sociali molto forti; libertà, accoglienza, informalità sono caratteri distintivi che le rendono attraenti ed eccitanti. Dovremmo lavorare per valorizzare questa eredità piuttosto che per sconfessarla, e su di essa costruire nostri propri modelli. Sono consapevole che il costo di queste operazioni – anche culturale – sia alto e che maggiori siano anche i rischi, ma il risultato sarebbe sorprendente.

10. Sei riuscito a creare un ambiente davvero fertile intorno al tuo FabLab di Barcellona. E’ stato difficile? Ti sei mai sentito solo in questo sforzo di stringere relazioni con la città intorno a te? Abbiamo aperto il FabLab tra il 2006 e il 2007. A quel tempo ce n’erano meno di 10 in tutto il mondo…gli inizi sono sempre un po’ solitari, si. Abbiamo dovuto letteralmente trascinare le persone nel lab e spiegare e mostrare cosa volessimo farne. Portare la digital fabrication a un livello più personale, avvicinarla agli utenti, è stato difficile ma si è rivelato vincente, anche grazie al support del Master in Architettura di IAAC, alla Biennale di Venezia, dove abbiamo curato il padiglione Hyperhabitat, e al progetto Fab Lab House (progetto abitativo interamente sostenibile). Si tratta di progetti che ci hanno guadagnato visibilità internazionale attraverso una sfida locale. Quando nel 2011 il nuovo sindaco appena eletto – Xavier Trias – scelse tra i membri dello IAAC e del Fab Lab Barcellona chi lo avrebbe aiutato a governare l’innovazione in città, e io e Vicente Guallart (IAAC co-founder e City Planner della città) siamo stati chiamati a guidare il progetto, abbiamo capito di essere stati  compresi a nostra volta. Oggi è tutto molto diverso: al Fablab abbiamo visite ogni giorno, e lavoriamo col vicinato su diversi livelli: dall’apertura del ristorante nel FabLab alle attività proprie del service, all’organizzazione di eventi, alla formazione.

11. Qual è il tuo piu grande timore rispetto all’innovazione? Temo chi vi si avvicina con superficialità, e chi ci vede uno strumento di brand e auto-promozione, perché mettono a rischio quanto realizzato finora. E temo i modelli calati dall’alto: ciascuno deve trovare il suo; copiare non è sempre bene.

12. Qual è la tua più grande soddisfazione come direttore del FabLab? E come sostenitori delle FabCity? Mi sento onorato e fortunato di poter lavorare con il team di IAAC e di Fab Lab Barcellona. Condividiamo visione, progetti e idee. Esistere, come siamo, è il nostro più grande risultato, viste le difficoltà che abbiamo incontrato.  Siamo tutti molto fieri di chi siamo e di quello in cui crediamo, e vogliamo continuare a crescere e ad evolverci.

13. Quale aspetto dell’innovazione credi dovremmo approfondire per rendere migliori le nostre città? Manifattura digitale sostenibile, per tutti, subito. Riportare le persone a ‘fare’, a creare ed educare a questo fin da giovanissimi, portando programmazione e coding nelle scuole fin dalle prime classi.

14. Quale talento vorresti avere (o vorresti poter rubare ad un altro innovatore)? Credo fortemente che ciascuno di noi possa essere o diventare ciò che desidera; c’è del genio in ciascuno di noi. Detto questo, però, ti confesso che vorrei essere un musicista migliore.

15. Se potessi offrire un consiglio ad un amministratore locale, quale sarebbe? Di valutare, supportare, promuovere pratiche e progetti innovativi ma di astenersi dal cedere alla tentazione di mettersi al centro della scena. Valorizzare, piuttosto, i talenti e le risorse locali; snellire la burocrazia; investire in innovazione. E, prima ancora, credere nelle persone e nella loro passione. Quello è il percorso.

___________________________________________________________________________Tomas Diez ha partecipato in progetti di tecnologia e rigenerazione urbana e sociale come il recupero di aree degradate di Caracas; in progetti di digital manufacturig come Hyper-habitat  presentato alla XI Biennale di Archiettura di Venezia; nella progettazione della prima casa interamente alimentata da energia solare, presentata al Solar Decathlon Europe 2010;  al lancio di FabLab di molte città come Lima, Addis Ababa  e Ahmedabad . E’ parte di un team internazionale che guida programmi di FabLab & Informalismo e fondatore dello Studio P52 (http://www.studiop52.com). Ha lanciato una campagna di crowdfunding per il progetto Smart Citizen (http://www.smartcitizen.me).