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Meet the Innovator – Stefano Capezzone

Conosciamo le persone che cambiano il mondo in cui viviamo: Stefano Capezzone

Stefano Capezzone1

 

Stefano Capezzone è un ingegnere elettronico, imprenditore e maker. Nel 2002 abbandona il suo ultimo incarico da Direttore Marketing & Comunicazione presso una storica azienda informatica italiana per fondare la sua prima start-up. Dal 2015 è membro del Digital Champion Team di Roma.

 

 

  1. Come ti sei avvicinato al movimento maker? Negli anni ’80, da studente e appassionato di elettronica, ho vissuto l’entusiasmo dell’innovazione tecnologica costituita dalla nascita dei primi microcomputer ad 8 bit, negli anni successive mi sono sempre occupato di innovazione digitale e ho vissuto il boom informatico che ha reso l’informatica una commodity grazie anche allo sviluppo del software open source. Tuttavia, solo in tempi recenti ho ritrovato nel movimento maker quel clima di entusiasmo che deriva anche dal contatto diretto con la tecnologia. E’ un movimento che opera nel settore manifatturiero in un modo che ha molte analogie con il movimento hacker che negli anni ’90 ha trasformato e democratizzato il settore del software. Quando ho conosciuto i ragazzi di Roma Makers ho deciso di supportare il loro progetto e di investire anche parte del mio tempo nella realizzazione del primo Fablab della capitale.
  1. Cosa apprezzi maggiormente degli ambiti dell’innovazione? Credo che il valore reale dell’innovazione risieda nella capacità di rendere accessibili le nuove tecnologie ad un vasto pubblico. Solo abbattendo le barriere che mantengono alto il costo di ingresso verso le nuove tecnologie è possibile creare innovazione sociale e migliorare la qualità della vita in una nazione.
  1. Qual è la tua idea di “ecosistema dell’innovazione perfetto”? Un ecosistema per l’innovazione deve essere  in grado di mettere in rete le eccellenze e le energie positive che esistono sul territorio, favorendo la condivisione delle conoscenze e la contaminazione delle diverse discipline. Al giorno d’oggi la suddivisione classica tra scienza e tecnologia da un lato e materie artistiche e umanistiche dall’altro è assolutamente superata. Arte e design sono diventati parte integrante dei processi di sviluppo dei prodotti tecnologici più innovativi. L’innovazione spesso scaturisce in modo inatteso da settori apparentemente distanti da quelli su cui alla fine se ne percepiscono gli effetti. Si pensi a fenomeni come Arduino, un prodotto nato in una scuola di design, pensato per artisti e creativi che oggi sta cambiando il mercato delle schede elettroniche. La Rete è il presupposto strutturale importante per garantire la diffusione delle conoscenze e la circolazione delle idee in una logica open source. La storia recente mostra con chiarezza come i modelli open source sono in grado di accelerare enormemente il progresso tecnologico favorendo la cooperazione tra community costituite da un numero spesso molto alto di individui fortemente motivati con cui nessuna divisione Ricerca e Sviluppo aziendale, che operi in regime di riservatezza industriale, è in grado di competere, per quanto grandi siano gli investimenti messi in campo.Digital Champion
  1. Come Digital Champion, quali attività potrebbero massimiizzare il lavoro di chi si muove negli ambiti dell’innovazione? Nell’attuale sistema non vengono svolte sufficienti azioni per sostenere i movimenti e le reti che generano innovazione operando dal basso. La rete dei makers italiani è una delle community più importanti ed attive a livello mondiale, esistono altre reti e iniziative che sono in grado di apportare innovazione anche a livello sociale, tuttavia le politiche di sostegno all’innovazione sono ancora improntate a logiche di sviluppo pilotate dall’alto. Il sistema tende a stimolare la nascita di iniziative imprenditoriali attraverso l’impiego di capitali, la maggior parte degli incubatori e acceleratori di start-up sono gestiti secondo le logiche del mondo finanziario più che industriali. La collocabilità a breve termine sul mercato delle imprese incubate è una logica che rischia di sottovalutare il potenziale innovativo a lungo termine di molti progetti che vengono presentati ma che non trovano spazi di finanziamento. Istituzioni e amministrazioni dovrebbero colmare questa carenza con azioni che siano in grado di rimuovere gli ostacoli che spesso frenano lo sviluppo di iniziative che potrebbero avere impatti positivi e importanti sull’ecosistema dell’innovazione. Azioni a costo zero come l’assegnazione di spazi pubblici inutilizzati alle associazioni e alle reti che svolgono attività innovative e di utilità per il proprio territorio potrebbero essere un fattore sufficiente a sostenere iniziative in grado di crescere ed autofinanziarsi nel medio termine, anche in assenza di capitali significativi. Sono proprio questi progetti, nati dal basso, che creano quella rete in grado di alimentare l’ecosistema ideale per l’innovazione di cui parlavamo prima.
  1. La stampa 3D e il digital manufacturing sono ampiamente considerate ma c’è molto di più nel movimento maker. Cos’altro vale la pena esplorare per comprenderlo meglio?  Nell’ambito delle tecnologie che caratterizzano il movimento maker la stampante 3D è probabilmente quella meno utilizzata ma sicuramente la più suggestiva per il pubblico. L’idea di generare un oggetto materiale partendo dal nulla è affascinante. In realtà la stampante 3D è uno strumento di prototipazione. Per un designer è importante avere tra le mani un modello fisico del prodotto che sta progettando. Attraverso il prototipo è possibile vedere eventuali difetti di progettazione più facilmente che attraverso un rendering disegnato su schermo o su carta. Il ciclo di sviluppo dei nuovi prodotti viene drasticamente accorciato se è possibile realizzare dei prototipi a basso costo. La tecnologia di stampa 3D non è una tecnologia nuova, esiste da molti anni. L’elemento innovativo è costituito dall’abbattimento dei costi delle stampanti 3D, grazie ai progetti open source condotti dai maker. Il vero impatto del movimento maker nel settore manifatturiero è proprio questo. Improvvisamente sono diventate disponibili a basso costo tutte le tecnologie che caratterizzano la moderna produzione di manufatti high-tech. Macchine a controllo numerico come le frese CNC e le tagliatrici laser, unite alle tecnologie di prototipazione rapida in campo elettronico e informatico permettono di implementare un modello di laboratorio di fabbricazione digitale in grado di realizzare (quasi) qualunque prodotto. Cooperazione in rete, creatività e open source hanno permesso di abbattere i costi di accesso alle tecnologie di fabbricazione digitale. Attrezzare un Fablab, cioè un laboratorio equipaggiato con le tecnologie maker, richiede oggi investimenti che si misurano in decine di migliaia di Euro, cioè quasi due ordini di grandezza meno dell’investimento richiesto solo pochi anni fa. Attraverso la creazione di una rete di centri di fabbricazione digitale di questo tipo dislocati sul territorio è possibile ipotizzare un modello di industria manifatturiera in grado di realizzare i prodotti in prossimità dei consumatori finali con un elevato grado di personalizzazione. E’ una grande opportunità per riportare la manifattura dei prodotti tecnologici nelle nazioni occidentali, remunerando adeguatamente il lavoro dei nuovi artigiani digitali e con grandi benefici in termini di risparmio di risorse per il pianeta. Infatti, in questo scenario, sono i bit dei progetti che viaggiano lungo la rete e non gli atomi dei prodotti finali ad essere trasportati da una sponda all’altra dell’oceano. E’ la conoscenza del complesso di tecnologie che sono presenti in un Fablab che andrebbe approfondita se si vuole comprendere il vero valore innovativo del movimento maker.
  1. Budget ridotti all’osso: quanta parte gioca il movimento maker per contrastare questo trend? E’ proprio il modello di fabbricazione digitale distribuita che abbiamo appena descritto che permette di dare una risposta a queste esigenze. La fabbricazione su bassa scala con tecnologie digitali permette la realizzazione di prodotti con un alto livello di personalizzazione ad un costo adeguato alle nuove capacità di spesa dei consumatori.
  1. IDEO, importante design firm, ha appena assunto una persona di 91 anni nel team di ricerca sulla terza età. Quanta attenzione c’è al design partecipato nel mondo maker? Che valore esprime? Il valore del co-design è molto importante. Attraverso la cooperazione di individui di diversa estrazione culturale e provenienti da percorsi formativi e professionali diversi viene favorito quel processo di contaminazione che genera innovazione. Molti dei progetti che vengono svolti nei fablab sono condotti secondo un modello di progettazione partecipativa.
  1. A cosa somiglia l’innovazione in Italia in questo momento? Quanto feeling c’è con il movimento maker? Sono ottimista, mi piace pensare che anche grazie alla forte attività e vitalità del movimento maker italiano la cultura dell’innovazione sia iniziata a penetrare nelle istituzioni. La grande attenzione che si percepisce verso eventi significativi come la Maker Faire è uno dei segnali più evidenti. Il grande successo di pubblico che ha avuto la scorsa edizione della Maker Faire è un elemento che non può essere ignorato dalla politica locale. E’ un segnale che a livello sociale esiste un forte bisogno di innovazione.
  1. Che modello immagini per il sistema dell’innovazione italiano? Mi piace immaginare un sistema per l’innovazione che sia conforme ai principi del networking, della diffusione delle conoscenze e dell’open source enunciati finora con una cultura di questo tipo che parta innanzitutto dalla scuola.
  1. Secondo te, quali aspetti dovrebbe valorizzare il nostro paese per rendersi più attraente nei confronti di talenti stranieri? L’Italia è un paese culturalmente molto ricco e potenzialmente attraente per i talenti stranieri. Occorre tuttavia semplificare la burocrazia che oggi frena la nascita di molte iniziative e crea un terreno fertile per la corruzione. Inoltre occorre agevolare il più possibile l’accesso agli strumenti finanziari e al sistema creditizio.
  1. Come Digital Champion, sei riuscito a creare intorno a te un ambiente fertile e reattivo? Stai riscontrando difficoltà o qualche momento di ‘solitudine’? Il contesto romano è abbastanza diverso da quello delle realtà urbane più piccole e periferiche. A Roma opera un team di sette Digital Champion e proveniamo tutti da reti che sono attive da molti anni nel campo dell’innovazione digitale, per cui siamo abituati ad interagire con le istituzioni e le pubbliche amministrazioni cercando di dare il massimo risalto alle nostre attività. Indubbiamente è difficile ottenere risultati concreti e smuovere strutture burocratiche che continuano ad operare secondo vecchie logiche di gestione della politica, tuttavia l’enorme macchina mediatica messa in moto da Riccardo Luna, il Digital Champion Italiano nominato dall’attuale governo, facilita molto il nostro lavoro in questi ultimi tempi.
  1. Cosa temi di più per il futuro dell’innovazione? Il mio principale timore è che i nostri rappresentanti politici non comprendano appieno quanto sia urgente e necessario riformare il sistema dell’innovazione. Vi sono riforme che non possono più essere rimandate.
  1. Cosa consideri il tuo successo maggiore come Digital Champion finora? L’attività dei Digital Champion è appena iniziata, è ancora troppo presto per valutare i risultati. L’essere riusciti in meno di un mese a coinvolgere la rete delle Camere di Commercio di tutta Italia per organizzare in simultanea un evento formativo rivolto alle imprese sulla fatturazione elettronica è stato uno dei primi risultati positivi ottenuti.
  1. Qual è una tua ‘stravaganza da innovatore’? Non considero me stesso una persona stravagante ma quando nel 2002 ho lasciato volontariamente un ottimo e sicuro impiego da top manager presso una grande azienda per fondare la mia prima start-up sono stato considerato da molti stravagante. Ciò che è accaduto negli anni successivi ha mostrato che quella era la scelta giusta da fare in quel momento. Lavorare come imprenditore mi permette di poter avviare le iniziative che ritengo abbiano un valore innovativo. L’innovazione è l’arma migliore per uscire dalla crisi. Nella lingua cinese l’ideogramma che rappresenta la crisi è lo stesso che rappresenta il concetto di opportunità.
  1. Su cosa credi dovremmo iniziare a a lavorare per rendere questo mondo un posto migliore? Investire sul modello maker e sulle tecnologie di fabbricazione digitale può avere un grande impatto positivo sul nostro mondo.
  1. Se potessi dare un consiglio ai nostri politici sull’innovazione, quale sarebbe? Il consiglio è quello di osservare attentamente quello che sta avvenendo nei paesi anglosassoni sulle politiche di sostegno all’innovazione e nel contempo ascoltare ciò che hanno da dire le organizzazioni che sono attive nell’innovazione digitale, nate spontaneamente dal basso.

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Dopo la Laurea con Lode conseguita presso l’Università La Sapienza di Roma, Stefano Capezzone inizia a lavorare presso aziende high-tech nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Durante il periodo di forte sviluppo del settore ICT in Italia negli anni ’90 intraprende la carriera manageriale continuando ad occuparsi di innovazione tecnologica, che lascia nel 2012 per lanciare la sua prima startup. Da allora, ha continuato ad avviare iniziative imprenditoriali sul fronte avanzato dell’innovazione digitale costruendo attorno a se un team affiatato di soci e collaboratori.

Negli ultimi anni la sua attività di ricerca e sviluppo è stata indirizzata verso le tecnologie di fabbricazione digitale e i nuovi paradigmi industriali emersi nell’ambito del movimento maker. Dal 2013 ha avviato un’importante collaborazione con l’Associazione Roma Makers che gestisce il Fablab omonimo nel quartiere romano della Garbatella.

http://fablab.romamakers.org

Meet the Innovator – Intervista a Tomas Diez

Tomas Diez3

Tomas Diez is è un urbanista di origine venezuelana specializzato in digital fabrication e nelle sue implicazioni nello sviluppo delle città del future. Attualmente coordina il progetto Fab Lab dell’Istituto Superiore di Architettura Avanzata della Catalogna e la Fab Academy, espressione del network internazionale dei Fab Lab. Le sue ricerche si concentrano sull’uso degli strumenti digitali per la trasformazione della realtà fisica, allo scopo di trovare una relazione più fluida tra uomo e macchina.

1. Come ti sei avvicinato al mondo #maker? Si è trattato di un caso (come diverse altre cose importanti della mia vita). Stavo completando i miei studi in urbanistica in Venezuela nel 2006 e avevo appena deciso di trasferirmi in Europa: a Londra, Madrid o Barcellona. Mandai oltre 25 domande di internship a diverse realtà; ne avevo bisogno per completare la mia tesi. Fui accettato da due di loro ma decisi comunque per Barcellona: avevo sempre amato la città e l’offerta dallo IAAC era davvero allettante. E una volta li, mi sono ritrovato nel meeting sbagliatio…ero al tavolo con i direttori dello IAAC quando Vicente Guallart (uno dei fondatori e direttore a quell tempo) disse: Neil Gershenfeld arriverà tra 3 mesi, ci serve un Fab Lab. Questo è il libro e questa la lista dei macchinari, chi può occuparsene?” Ovviamente fu lo stagista a vincere la sfida. Una volta iniziato il libro e le ricerche sulla digital fabrication mi ritrovai a pensare “dimentica la progettazione di piazza e strade, questo è il vero modo di cambiare le città, cambiando I modelli di produzione e il ruolo dei cittadini in tutto questo”. E quindi iniziai a progettare l’inventario ed a lavorare con Victor Viña  e Shane Salisbury (entrambi grandi maestri) per lanciare Fab Lab Barcelona all’inizio del 2007.

2. Cosa apprezzi di più dell’universo #maker? Mi piace l’idea di restituire il potere alle persone, ai singoli, e la presenza di opportunità e di opzioni, che considero la vera idea di ‘uguaglianza’.  Non credo nei sistemi che disegnano per noi percorsi predefiniti, o che pongono tutti sullo stesso piano, a prescindere Credo invece che abbiamo bisogno di scelte per evolvere, e che dotare le persone sia degli strumenti che delle piattaforme per condividere ed innovare sia la cosa migliore che possiamo fare, l’essenza del “maker movement” (anche se non condivido fino in fondo questo naming). Siamo stati maker per secoli, cercando di bilanciare l’industrializzazione che manteneva distanti produzione e consumo. Mi suona un po’ strano ora parlare di ‘making’ come fosse qualcosa del tutto nuovo, perché siamo makers da sempre! Preferisco definirci come protagonisti di un’era di transizione, una volta ancora, come addadde all’inizio del XX secolo e, prima, alla fine del XV secolo

3. Qual è la tua idea di sistema dell’innovazione perfetto? Molti sostengono che sia quello al quale tutti i settori partecipano, e mi trovano d’accordo. Suonerà forse scontato ma, per me, l’innovazione dovrebbe derivare non da repliche di modelli genere Silicon Valley, o comunque modaioli, ma  da ciò che non mi aspetto, come quando siedo vicino a qualcuno con il quale non dovrei avere niente in comune, o parlo a chi mai avrei immaginato di voler coinvolgere in qualcosa. E quindi, si: industria, governi, società civile, formazione, istituzioni, imprese…tutti dovrebbero essere parte del sistema e perchè accada c’è bisogno di spazio, fisico e mentale, e di piattaforme in cui tutto questo possa realizzarsi.  Ecosistemi come questi dovrebbero poter crescere liberi in ogni città e in ogni regione, a partire dalle loro proprie risorse, secondo modelli bottom-up puro.

4. Quali attività definiscono al meglio la tua idea di ‘smart city? Ad oggi, “smart city” è stato un brand molto utilizzato sia dal pubblico che dal private per vendere prodotti e servizi e giustificarne i relative costi. Sono convinto che la tecnologia serva, e che custodisca il potenziale necessario ad abilitare nuovi approcci al governo ed alla gestione delle città. Ma ritengo anche che la visione di una città ‘smart’ non debba limitarsi agli aspetti infrastrutturali sotto il profilo tecnologico, specie se questo è funzionale al ‘controllo’ di chi ci vive! Ricordo la mia sorpresa quando il progetto Control Operation Room (COR) di Rio de Janeiro vinse come miglior progetto allo “Smart City Expo and World Congress” di Barcelona, nel  2013: per me, COR era una moderna trasposizione di 1984 di George Orwell: una stanza piena di schermi dai quali monitorare tutta la città. Immaginavo già il sindaco vestito come Doctor Evil spegnere ed accendere i semafori a suo piacimento…Decisamente, non la mia idea di “smart”.  D’altro canto però, anche il nostro progetto “Smart Citizen” vinse, nella stessa occasione, nella categoria “Progetti Innovativi” ; nel 2014, il termine “smart citizen” è stat oil più utilizzato da sindaci, imprenditori, ricercatori.

L’intera idea di smart city non ha molto senso se non avviene attraverso la valorizzazione del ruolo dei cittadini: nuove infrastrutture sono utili e necessarie ma lo sono anche le opportunità di trovarsi, condividere, apprendere che ai cittadini devono essere, quindi, riservate. Il ruolo dei cittadini va nella direzione opposta a quella del controllo; sono convinto che vedremo molte battaglie sul tema nei prossimi anni, esattamente come sta avvenendo per Internet.

5. Come possono le città far fronte alle esigenze di sempre nuovi servizi in un momento come questo di tagli ai budget, senza compromettere il proprio orientamento all’innovazione? La chiave, per me, è nell’allocazione delle risorse. Viviamo in un mondo surreale, dove quasi tutto è appannaggio delle autorità di governo, perlomeno in Europa. Le persone vanno al lavoro, guadagnano quanto possono, vanno in vacanza. A tutto il resto pensa lo stato. Ma questo modello ha già ampiamente dimostrato di non essere più sostenibile.  A parer mio, dovremmo chiedere ai nostri governanti piattaforme ed infrastrutture che abilitino i cittadini a creare loro stessi lavoro. Non dico che tutti faremmo meglio a perseguire una carriere da imprenditori, né che dovremmo lanciarci in nostre attività, ma che abbiamo bisogno di diversificare il modo in cui il business è generato, e per perseguire questo obiettivo abbiamo bisogno anche di comprendere meglio i contesti piuttosto che di importare modelli dall’esterno. Dobbiamo lavorare sulla creazione di nuovi modelli di produzione, perché avranno un effetto domino, senza dubbio. Non parlo di una rivoluzione ma di evoluzione, un upgrade dei sistemi attualmente in uso. Perché, per esempio, ancora non votiamo digitalmente? Perché i bambini non imparano programmazione (bene!) fin dalla scuola primaria? Città e governi dovrebbero passare da ‘fornitori di servizi’ a ‘fornitori di opportunità’. Suona faticoso, me ne rendo conto, ma è in quella direzione che dobbiamo andare.

6. Quali aspetti dell’innovazione – secondo te – sono stati meglio recepiti dagli urbanisti e dai city manager? E dalle amministrazioni locali?  Devo essere onesto: ho la sensazione che ‘innovazione’ rischi di diventare soltanto l’ennesimo strumento di marketing di molti. Ogni governo locale ha inseguito il sogno di replicare una nuova Silicon Valley o un nuovo ecosistema dell’innovazione anche nel suo recinto. Anni fa fu il ‘la sostenibilità ambientale’; oggi tocca ai fablab e ai makers essere oggetto di questa curiosità ‘interessata’, e questo rischia di indebolire il movimento, se il cambiamento radicale di paradigma, sociale in primis, che porta con se’ non viene correttamente comunicato. Città come Barcellona o San Paolo sono (s)oggetto di moltissime iniziative, dal fablab pubblici a makerspace. Ci diranno cosa accadrà nel futuro. Questi spazi e le occasioni che portano con se’ saranno gestiti come tanti altri, da persone con mentalità 9-17, o piuttosto da appassionati, carismatici progettisti che restino tutto il tempo che serve a completare un progetto? E, ancora: saranno chiamati a costruire su quell’infrastruttura tutto un nuovo ordine di cose? O…? FabLab burocratizzati o liberi di trasformarsi, di evolvere in altro? La pianificazione urbana non ha solo a che fare con lo spazio costruito, e i designer non sono soltanto coloro che organizzano rotatorie e trasporti locali. L’urbanistica riguarda il design delle interazioni umane con, per la città e – secondo me – con la costruzione di piattaforme in grado di adattare le città ai bisogni di chi ci vive, piuttosto che il contrario e con un ritrovato ruolo di questi ultimi, che trasformi il contesto complessivo in qualcosa di nuovo a sua volta. La tecnologia lo permette, e siamo soltanto all’inizio. E’ questo il momento di tirar dentro la conversazione tutte le discipline, per combinarle in nuovi modelli di sviluppo.

7. Ross Atkin, su input di Bruce Sterling, ha recentemente pubblicato il “Manifesto for the Clever City”. Atkin supera l’idea di ‘smart’ e suggerisce attenzione all’inclusività come elemento chiave. Quanto c’è della tua visione della FabCity in questo approccio? Credo che la tecnologia sia inclusiva per sua natura. Acquisiamo nuove capacità per disegnare, sviluppare e costruire soluzioni, e la tecnologia ce lo consente. Mi piace il “Manifesto for the Clever City”: è semplice e chiaro, dritto al punto. Le città sono sistemi complessi : siamo noi, umanissimi, a definirle, e quello umano è il sistema più complesso per definizione. Il network di FabLab che si sta ora realizzando a Barcellona è pensato per rispondere a quei bisogni, e fornire ai cittadini l’infrastruttura che mancava. Simili a biblioteche, i Fabrication Athenaeums (il nome che abbiamo scelto per I nostri FabLab) mira a “spargere la voce” sull’innovazione in città (ogni municipio ne avrà uno) e a rappresentare la porta d’accesso all’innovazione per tutti, anche per quanti non abbiano alcuno specifico background, e per avvicinarli alla manifattura digitale, al coding, alla programmazione, alla stampa 3D. Tutto questo è molto ‘clever’, non trovate anche voi?

8. Austin (TX) prevede di aumentare I suoi residenti da 750.000 a 2 milioni in poco meno di 1 anno grazie ad un massiccio investimento in connettività e digitale. Una piccola città che diventa attrattiva e che invita a trasferirvisi da tutto il mondo. Che tipo di modello immagini per una città europea che volesse seguirne le orme? In Europa stiamo assistendo al fenomeno inverso: molti talenti lasciano la grande città e rientrano nelle proprie regioni, spesso meno ricche di opportunità. La gentrificazione di aree precedentemente dismesse è un trend in crescita. L’Europa si muove lentamente, e dentro regole e schemi spesso inadeguati, percepiti come una limitazione all’iniziativa individuale. Allo stesso tempo, però, alcune città già importanti consolidano la loro reputazione e il potere d’attrazione: Barcellona, Milano, Amsterdam, Londra, Berlino o anche Copenhagen e Ljubljana stanno polarizzando conoscenze e opportunità . Gli scenari sono diversi in Europa, vedremo.

9. Quali caratteristiche dovrebbe avere una città mediterranea per diventare maggiormente attrattiva verso un pubblico d’innovatori? Prima cosa da fare: smettere di copiare modelli di altre città. L’idea che ogni destinazione possa diventare la nuova Silicon Valley è insensata ma, sfortunatamente, è stata inseguita diverse volte. Le città del mediterraneo si fondano su valori culturali, geografici e sociali molto forti; libertà, accoglienza, informalità sono caratteri distintivi che le rendono attraenti ed eccitanti. Dovremmo lavorare per valorizzare questa eredità piuttosto che per sconfessarla, e su di essa costruire nostri propri modelli. Sono consapevole che il costo di queste operazioni – anche culturale – sia alto e che maggiori siano anche i rischi, ma il risultato sarebbe sorprendente.

10. Sei riuscito a creare un ambiente davvero fertile intorno al tuo FabLab di Barcellona. E’ stato difficile? Ti sei mai sentito solo in questo sforzo di stringere relazioni con la città intorno a te? Abbiamo aperto il FabLab tra il 2006 e il 2007. A quel tempo ce n’erano meno di 10 in tutto il mondo…gli inizi sono sempre un po’ solitari, si. Abbiamo dovuto letteralmente trascinare le persone nel lab e spiegare e mostrare cosa volessimo farne. Portare la digital fabrication a un livello più personale, avvicinarla agli utenti, è stato difficile ma si è rivelato vincente, anche grazie al support del Master in Architettura di IAAC, alla Biennale di Venezia, dove abbiamo curato il padiglione Hyperhabitat, e al progetto Fab Lab House (progetto abitativo interamente sostenibile). Si tratta di progetti che ci hanno guadagnato visibilità internazionale attraverso una sfida locale. Quando nel 2011 il nuovo sindaco appena eletto – Xavier Trias – scelse tra i membri dello IAAC e del Fab Lab Barcellona chi lo avrebbe aiutato a governare l’innovazione in città, e io e Vicente Guallart (IAAC co-founder e City Planner della città) siamo stati chiamati a guidare il progetto, abbiamo capito di essere stati  compresi a nostra volta. Oggi è tutto molto diverso: al Fablab abbiamo visite ogni giorno, e lavoriamo col vicinato su diversi livelli: dall’apertura del ristorante nel FabLab alle attività proprie del service, all’organizzazione di eventi, alla formazione.

11. Qual è il tuo piu grande timore rispetto all’innovazione? Temo chi vi si avvicina con superficialità, e chi ci vede uno strumento di brand e auto-promozione, perché mettono a rischio quanto realizzato finora. E temo i modelli calati dall’alto: ciascuno deve trovare il suo; copiare non è sempre bene.

12. Qual è la tua più grande soddisfazione come direttore del FabLab? E come sostenitori delle FabCity? Mi sento onorato e fortunato di poter lavorare con il team di IAAC e di Fab Lab Barcellona. Condividiamo visione, progetti e idee. Esistere, come siamo, è il nostro più grande risultato, viste le difficoltà che abbiamo incontrato.  Siamo tutti molto fieri di chi siamo e di quello in cui crediamo, e vogliamo continuare a crescere e ad evolverci.

13. Quale aspetto dell’innovazione credi dovremmo approfondire per rendere migliori le nostre città? Manifattura digitale sostenibile, per tutti, subito. Riportare le persone a ‘fare’, a creare ed educare a questo fin da giovanissimi, portando programmazione e coding nelle scuole fin dalle prime classi.

14. Quale talento vorresti avere (o vorresti poter rubare ad un altro innovatore)? Credo fortemente che ciascuno di noi possa essere o diventare ciò che desidera; c’è del genio in ciascuno di noi. Detto questo, però, ti confesso che vorrei essere un musicista migliore.

15. Se potessi offrire un consiglio ad un amministratore locale, quale sarebbe? Di valutare, supportare, promuovere pratiche e progetti innovativi ma di astenersi dal cedere alla tentazione di mettersi al centro della scena. Valorizzare, piuttosto, i talenti e le risorse locali; snellire la burocrazia; investire in innovazione. E, prima ancora, credere nelle persone e nella loro passione. Quello è il percorso.

___________________________________________________________________________Tomas Diez ha partecipato in progetti di tecnologia e rigenerazione urbana e sociale come il recupero di aree degradate di Caracas; in progetti di digital manufacturig come Hyper-habitat  presentato alla XI Biennale di Archiettura di Venezia; nella progettazione della prima casa interamente alimentata da energia solare, presentata al Solar Decathlon Europe 2010;  al lancio di FabLab di molte città come Lima, Addis Ababa  e Ahmedabad . E’ parte di un team internazionale che guida programmi di FabLab & Informalismo e fondatore dello Studio P52 (http://www.studiop52.com). Ha lanciato una campagna di crowdfunding per il progetto Smart Citizen (http://www.smartcitizen.me).

ThrowbackThursday – I progetti delle scuole a MFR

 

Studenti a MFR2

Altissima la qualità dei progetti delle scuole a MakerFaireRome

Lo abbiamo sempre detto: è la formazione che fa la differenza.  Makers si diventa,  e le scuole hanno un ruolo fondamentale. MakerFaireRome ha lanciato ieri la Call4Schools per l’edizione di quest’anno, quasi raddoppiando il numero di progetti che saranno selezionati: dai 17 dello scorso anno ai 30 del 2015

Perché saranno questi ragazzi, oggi studenti, a costruire il futuro. Per darvi un’idea di quale potenziale ci sia nelle nostre scuole, ripercorriamo insieme alcuni dei progetti vincitori della Call2014. Progetti sorprendenti per visione e qualità.

 “p38″ è uno studio sulla proteina p38, che potrebbe aiutare a capire come regolare l’attivazione di un particolare enzima e permettere la messa a punto di nuove terapie per malattie come la distrofia muscolare. E’ un progetto di Giuseppe Dall’Agnese, dal Liceo Scientifico biologico “Elisabetta Vendramini” di Pordenone.  “p38″ ha avuto molti riconoscimenti, tra i quali “l’Exceptional Science Award” dell’American Physiological Society all’Intel Isef di Los Angeles. Giuseppe ora studia biotecnologie mediche all’Università di Trieste.

Brain Arm è un braccio robotico realizzato con una stampante 3D che, grazie ad un caschetto particolare, viene mosso dalla “forza del pensiero”. Il prototipo è stato costruito all’interno dell’Itis Pascal di Cesena, dentro il Fab lab Romagna. Per realizzarlo, la sua ideatrice, Chiara Carbone, si è autofinanziata con uno stage estivo. E per il futuro sogna in grande: “mi piacerebbe aiutare chi non ha possibilità di muoversi, a basso costo”.

E ancora: My Way, un innovativo bastone per non vedenti sviluppato e presentato dagli studenti dell’IPSIA Ferraris di Catanzaro. My Way a molte funzionalità che aiuterebbero significativamente i non vedenti a muoversi nelle aree urbane. Il progetto è basato su Arduino: dei sensori ad infrarossi, tarati in modo da inviare un impulso quando un qualsiasi ostacolo si avvicina nel raggio di 30-40 cm alla parte inferiore del bastone, fanno generare una vibrazione sempre crescente  che avvisa l’utente del pericolo.

My Way by IPSIA Ferraris, Catanzaro

“My Way” by IPSIA Ferraris, Catanzaro

Ultimo, ma solo nella lista: Ricordati di Me , il seggiolino salvabimbi collegato all’auto e al cellulare che permette di evitare “qualsiasi dimenticanza”. Grazie a sensori di seduta posizionati sia all’interno del seggiolino che della postazione del guidatore, il processo  di allerta si attiva in quattro fasi sequenziali: lampeggiamento delle quattro frecce, apertura di alcuni centimetri dei vetri delle portiere per arieggiare l’abitacolo, attivazione di un allarme acustico, attivazione del combinatore telefonico. La piattaforma, anche in questo caso, è Arduino. Il progetto dell’ISIS “E. Fermi” di Bibbiena.

Ricordati di Me by ISIS Fermi, Bibbiena

“Ricordati di Me” by ISIS Fermi, Bibbiena

Siamo curiosi di vedere cosa le scuole ci proporranno quest’anno, e ansiosi di valorizzare tanta qualità e impegno. Sarà bellissima questa nuova edizione di MakerFaireRome!

La Call4Schools è qui: http://ed2014.makerfairerome.eu/call-schools/

Call4Schools now open!

Il team del liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Desio (MB)

Il team del liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Desio (MB)

Al via la Call4Schools di MakerFaireRome 2015, in collaborazione con il MIUR e con l‘Assessorato Scuola, Sport, Politiche Giovanili e Partecipazione di Roma capitale

Scuole di tutt’Italia, siamo pronti ad accogliere i vostri progetti presso la nuova sede di MakerFaireRome, l’università “La Sapienza”.

Siamo alla ricerca di progetti in grado di mettere in luce le straordinarie potenzialità del Digital Manifacturing, sempre di più ingrediente essenziale del nuovo Made in Italy. Cerchiamo progetti che dalla prospettiva dei ragazzi siano in grado di cambiare il mondo grazie a tecnologia e fantasia.  Mettevi in gioco e mostrate cosa sapete fare! è il messaggio dei curatori della Call4Schools, Fabio D’Agnano e Stefano Micelli.

Dopo il grande successo della scorsa edizione (90.000 visitatori e oltre 600 invenzioni esposte),  MakerFaireRome – the European Edition torna e decide di riservare ancora più spazio ai progetti dei ragazzi delle scuole superiori.  Le scuole protagoniste, quindi, una volta ancora, di un percorso di innovazione e creatività che mette in gioco studenti e insegnanti .

Le scuole italiane sono una straordinaria risorsa per il Paese.  I nostri studenti, in particolare nelle scuole tecniche, hanno capacità e inventiva straordinarie. I progetti selezionati nella scorsa edizione di MakerFaireRome – giunti da tutto il paese, e persino dalla Tunisia – sono stati al centro dell’attenzione dei media, del pubblico e delle molte imprese presenti proprio con l’intenzione di fare scouting di soluzioni e prodotti innovativi.  “The Brain arm”, un braccio robotico realizzato con una stampante 3D che si muove con la “forza del pensiero”;  “My Way”, un innovativo bastone per non vedenti; “Ricordati di me”, il seggiolino salva-bimbi collegato all’auto e al cellulare che permette di evitare “qualsiasi dimenticanza”, sono solo alcuni dei sorprendenti progetti selezionati lo scorso anno dalla Call4Schools.

L’obiettivo  della Call4Schools è di valorizzare le tante iniziative che già oggi le scuole tecniche promuovono grazie all’impegno di insegnanti e studenti ma che spesso non hanno modo di essere sufficientemente valorizzate,  sfruttando il grande successo di pubblico, il respiro internazionale e il grande prestigio di MakerFaireRome.

Chi può partecipare?  La candidatura è aperta a  classi o scuole superiori, o anche a singoli studenti

Cosa si vince? I progetti che selezionati saranno presentati a MakerFaireRome – The European Edition, in uno stand dedicato, dal 16 al 18 ottobre 2015. Lo staff di MakerFaireRome accompagnerà i progetti selezionati per prepararli al meglio all’appuntamento di ottobre.

Come si partecipa? Tutte le informazioni utili per partecipare sono qui: http://ed2014.makerfairerome.eu/call-schools/

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MakerFaire Rome è l’evento più importante al mondo dedicato alla manifattura digitale e alla cultura #maker. L’edizione romana è, con quella di San Francisco e di New York, la più grande, e anche quella ufficiale per il continente europeo.

Call4Schools è realizzata in collaborazione con il MIUR

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NASA Space Apps Challenge

 

NASA Space Apps Challenge

Dal 10 al 12 aprile torna a Roma la NASA Space Apps Challenge.

L’Ambasciata Americana, l’ESA – Agenzia Spaziale Europea, l’ASI – Agenzia Spaziale Italiana e l’Università “La Sapienza” organizzano dal 10 al 12 aprile la 3° edizione italiana dell’International Space Apps Challenge, un hackathon proposto dalla NASA, a cui hanno già aderito circa 130 città in tutto il mondo.

Lo scorso anno furono oltre 8000 i partecipanti in tutto il mondo che, in contemporanea collaborarono a sviluppare soluzioni per migliorare la vita sulla terra e nello spazio.

Le challenge di quest’anno vertono su quattro temi: Earth, Outer Space, Humans and Robotics.  Una speciale attenzione è riservata a “Women in Data”, con l’obiettivo di attrarre un numero crescente di giovani donne verso studi scientifici: dalla sede dello Space Apps di New York, il 10 aprile verrà offerto in streaming un bootcamp per favorire la partecipazione di team capitanati da donne.

Chi può partecipare?  L’hackaton di International Space Apps Challenge è aperto a ingegneri, programmatori, project manager, studenti e semplici amatori.  Per partecipare, non è indispensabile avere conoscenze tecniche, basta avere un’idea e molta voglia di lavorarci su. Il team potrà formarsi anche durante l’hackathon.

Come si partecipa? Bisogna registrarsi sul sito dello Space Apps alla location “Roma” (il link è in fondo a questa pagina)

Dove si svolge?  La sede scelta per l’hackathon è la Facoltà di Ingegneria Aerospaziale dell’università “La Sapienza”, in via Eudossiana 18 a Roma.

Cosa si vince? In palio ci sono tre premi. Inoltre, due delle soluzioni sviluppate nel corso del week-end verranno selezionate per l’invio alla NASA e la partecipazione alla successiva competizione globale.  N.B. Nel 2013, un team italiano si classificò secondo con un progetto per la realizzazione di una serra per la coltivazione di cibo in ambiente ostile, su Marte.  Il team fu poi invitato dal Kennedy Space Center ad assistere in diretta al lancio di un razzo Mavel. Il progetto che svilupparono durante l’hackathon, “Green on the Red Planet”, lo trovate qui: http://ow.ly/L1nOi 

 

Per iscriversi all’edizione italiana:  https://2015.spaceappschallenge.org/ 

Informazioni sulla NASA Global Competition: http://ow.ly/L1o8X

Link al bootcamp per team al femminile:  http://ow.ly/L1olg

Meet the Innovator – Intervista a Diana Rendina

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Diana Rendina è media specialist e responsabile della biblioteca della Stewart Middle Magnet School di Tampa, in Florida. E’ convinta che le biblioteche debbano essere un luogo di scoperta degli studenti, nel quale creare, imparare, collaborare, crescere. Per questo, ha trasformato la sua in un #makerspace.

1. Come hai deciso di lavorare per una biblioteca scolastica? E’ stato un caso o una scelta? Ho iniziato a lavorare nel sistema bibliotecario pubblico quando ero al college. Poco dopo aver iniziato a lavorare sulla mia specializzazione in Biblioteconomia, ho realizzato che mi piaceva l’idea di lavorare con gli studenti, di costruire con loro relazioni durevoli, e che mi piaceva il ruolo di mentor/educatore. Mia madre e mia nonna erano insegnanti, credo che per me sia stato naturale.

2.  Qual e’ la tua idea di ecosistema dell’innovazione? Un posto dove il tempo degli studenti non sia scandito dal calendario delle attività, con una gran quantità di oggetti e materiali per costruire. Un luogo affollato di oggetti con una storia, di  materiali artistici per lasciar esprimere la creatività, arredi comodi e grandi lavagne per il brainstorming.  Uno spazio da poter occupare lavorando su progetti. E dove almeno una cosa, un particolare, sia davvero insolito e curioso (come una parete LEGO)

3. Che tipo di attività organizzi nella tua biblioteca/makerspace? Lo spazio del #makerspace, che e’ disponibile per gli studenti durante tutta la giornata, ha una parete verticale di LEGO, composta da 64 basi, tavoli per costruirci su LEGO e K’nex, una grande lavagna bianca e tavoli per il brainstorming. Gli studenti lavorano sui loro progetti in quello spazio tutto il giorno. Spesso abbiamo anche attività come corsi d’arte o di origami. E poi organizziamo corsi di elettronica con Snap Circuits e LittleBits, esplorazioni del nostro Robot Petting Zoo con Sphero, Cubelets e LEGO, e sessioni di coding con Code.org, Scratch e Arduino. Abbiamo anche attività non-tech, come la nostra “sfida di cartone” nella quale gli studenti disegnano e costruiscono giochi dal cartone, ispirati da Caine’s Arcade

4. Sembri essere riuscita a creare davvero un ambiente ideale nella tua biblioteca. E’ stato difficile? Ti sei mai sentita sola in questo percorso per l’evoluzione della biblioteca in #makerspace? Lavoro con un gruppo fantastico di studenti e colleghi che mi supportano e rendono il mio lavoro davvero molto più semplice. Ho lavorato molto sulla relazione con gli studenti: imparare i loro nomi,  scoprirne gli interessi. Voglio assicurarmi che percepiscano la biblioteca come un luogo “sicuro”, nel quale le loro idee sono rispettate.  Parliamo di libri, di film, di attualità. Non tollero bullismo, atteggiamenti negativi o pettegolezzi. Ho incassato qualche rifiuto da professori più tradizionali, la cui idea di biblioteca è di un posto tranquillo, silenzioso, dove gli studenti vengono a ritirare libri e restituirli, ma per la maggior parte il mio staff è molto collaborativo. Molti hanno capito quanto gli studenti imparino da quello che accade in biblioteca. 

5. Come interpretano l’innovazione i bibliotecari scolastici? L’innovazione permette agli studenti l’opportunità di pensare fuori dagli schemi, di trovare soluzioni d un problema che nessuno aveva ancora visto. Li porta a creare ed esplorare, a trovare significati in oggetti che altri, invece, non considerano neppure. E questo vale moltissimo.

6. Cosa valuti con maggior interesse nell’universo #makers? L’opportunità che gli studenti hanno di esprimere se stessi creativamente, usando l’immaginazione. Puoò essere difficile nel nostro sistema educativo – pieno di test e verifiche – trovare l’opportunità di creare storie intorno ad un oggetto. Amo quando gli studenti arrivano da me con qualcosa che hanno realizzato e mi raccontano la storia che c’è dietro. E sono i progetti più disparati, da molto pratici – come il panello solare per la luna, a quelli più curiosi – come l’altalena per topi!

7. Qual è il tuo timore più grande riguardo il futuro dell’innovazione? Temo che se continueremo a porre enfasi su metodi di selezione rigorosi nelle nostre scuole finiremo col frustrare l’abilità degli studenti al pensiero creativo, e quella dei nostri docenti a creare progetti di classe inovvativi, coraggiosi. Il nostro tempo a scuola è cosi subordinato alla preparazione di test e alla loro esecuzione che ne resta poco per pensare e innovare.

8. Come bibliotecaria di una scuola, cosa consideri il tuo piu grande risultato? La mia maggior soddisfazione è stata il poter ridisegnare lo spazio fisico della biblioteca per renderla più accogliente e student-friendly. Era troppo piena, era difficile muovercisi quando sono arrivata. I libri erano orribilmente datati, c’erano troppi mobili e l’idea complessiva era triste e non invitante.  Con gli anni, mi sono liberata del superfluo, ho scelto arredi modulari grazie ad un finanziamento e ho potuto cosi creare uno spazio per gli studenti per lavorare, studiare e incontrarsi. E una gran parte di questa soddisfazione viene dal suo #makerspace, sono molto fiera di come l’ho messo insieme.

9. In che area d’innovazione ritieni dovremmo cominciare ad investire maggiormente per rendere il nostro mondo migliore? Credo che dovremmo investire di più in un’educazione di alta qualità per i nostri figli. Dovremmo poter fornire alle scuole le risorse di cui hanno bisogno per assumere gli insegnanti migliori e staff di prim’ordine. Dovremmo assicurarci che ogni scuola abbia un bibliotecario professionista e una biblioteca ben gestita. Dovremmo finanziare supporto tecnologico alle scuole, come la banda larga, per consentire agli studenti di immergersi in quel digitale che gli garantirà successo nel mondo. Dovremmo focalizzarci meno sui test e di più su progetti che permettano di stimolare creatività, e sull’innovazione.

10. Quale talento vorresti avere (o rubare ad un altro innovatore)? Vorrei avere una bella calligrafia. Riesco a malapena a leggere quello che scrivo a meno di non farlo lentamente e con intenzione. Vorrei essere capace di prendere appunti al volo e riuscire a leggerli, dopo!

11. Se potessi dare un consiglio sull’innovazione ai genitori dei tuoi studenti, quale sarebbe? Lasciate ai vostri figli la libertà di esplorare le cose che li  interessano. Potrebbero sembrare inutili o superficiali, ma se un bambino manifesta una passione e ha modo di coltivarla liberamente, quello che saprà farne potrebbe sorprendervi.

12. Su cosa stai lavorando ora? Sto preparando la seconda Mini MakerFaire della mia scuola, e il Gulf Coast Maker Con a Tampa, in Florida. Alla Mini MakerFaire i genitori e gli studenti visiteranno la nostra biblioteca/makerspace e sperimenteranno una serie di progetti, guidati dagli stessi studenti. Per il Gulf Coast MakerCon, la mia scuola è invece responsabile della sezione ‘giovani makers’, in cui mostreranno ai visitatori i progetti del nostro makerspace e insegneranno loro come realizzare piccoli progetti divertenti, come i “brushbots kit”

___________________________________________________________________________Diana Rendina è anche membro attivo della Società Internazionale per la Tecnologia nella Formazione; dell’Associazione Americana dei Bibliotecari e dell’Associazione per i Media nella Formazione della Florida, di cui siede anche nel comitato. Blogger molto seguita, è anche ambasciatrice del Maker Education Movement.  La trovate su Twitter @DianaLRendina, e su Renovate Learning, l’hub di tutti coloro che vogliano trasformare la propria biblioteca in un #makerspace.

I maker sbarcano in TV

 

Sky DeA Kids 2

I #makers sbarcano in TV.

Nasce il primo programma TV d’Europa dedicato ai #makers, ed è tutto italiano.

Ieri, 26 marzo, è stato presentato alla stampa italiana il primo programma TV dedicato ai #makers e al meraviglioso mondo dei #FabLab: X-Makers, in onda su Sky DeA Kids a partire dal 3 aprile 2015 (alle ore 20.00).

Ritorna quindi uno dei personaggi più amati del canale, Giovanni Muciaccia, maker della prima ora dai tempi di “Art Attack!”, suo storico programma. Muciaccia  sarà alla guida di “X-Makers”, il nuovissimo programma per ragazzi – il primo in Europa – dedicato alla digital fabrication e alla stampa 3D. Con lui, Max Temporelli  di “The FabLab: make in Milano”, che interpreta Max, un inventore tuttofare; il robot umanoide iCub; e due geniali e giovanissimi #makers: Giulia Palaferri e Francesco Marchioro.

I protagonisti di X-Makers

I protagonisti di X-Makers

 

“Sono allo stesso tempo emozionato e orgoglioso di aver partecipato alla stesura e alla conduzione di questo programma innovativo insieme a tanti professionisti e amici”, dice Max Temporelli, di “The FabLab: make in Milano”.  “Anche se la televisione è fatta di regole che non conosco, come ascolti e Auditel, so già per certo che questo programma sarà un successo, perché questo è il segno evidente che in Italia c’è una sorprendente voglia di innovare e di fare cose nuove, e che ci sono anche tutte le risorse perché accada”.

 

 

Lunga vita agli X-Makers, quindi, e lunga vita ai ‪#‎FabLab e ai #makerspace!

L’appuntamento è per venerdi 3 aprile, alle 20:00, su Sky DeA Kids  (canale 601 di Sky)

ThrowbackThursday: Retro Computing

Texas Instruments

E’ ormai da un po’ che abbiamo iniziato a giocare con gli home computers.

Ad ogni modo, e nonostante molte di quelle macchine siano uscite di produzione poco dopo, restano ancora ben salde nei nostri pensieri e molti di noi spesso si trovano a pensarci con qualche nostalgia. Il che spiega come mai ogni mostra sui computer “d’epoca” facciano sempre il tutto esaurito!

Non si tratta di guardarsi indietro ma, piuttosto, del piacere di recuperare quell’atteggiamento rispetto all’innovazione che caratterizzava quegli anni e che oggi, a dispetto della pervasività di tanta tecnologia, sembra a volte essere andato perduto. E’ grazie al movimento dei maker, alla maker culture, se stiamo tornando a sentirci “pionieri del possibile”, capaci di rendere prossimo un futuro che molti chiamano già “nuovo rinascimento”

Per celebrare il nostro personale #ThrowbackThursday è con piacere che oggi ricordiamo il TI-99/4A di Texas Instruments. Fu davvero molto popolare all’inizio degli anni ’80 e, sebbene rapidamente superato e uscito di produzione nel 1984, è ancora nel cuore di molti appassionati, perché vantava ottima grafica e audio (addirittura un sintetizzatore vocale) e diversi giochi divertenti.

TI994A by Texas Instruments

E’ ancora piuttosto facile trovare sia il sistema che le cartucce, il che lo rende un interessante oggetto da collezione per chiunque voglia iniziare la propria personale, o arricchire quella che ha già.

Un bel video ce lo racconta: http://ow.ly/KPhNb

 

 

 

Città “smart” o “clever”?

CleverCity (courtesy of Ross Atkin)CITTA’ “SMART” O “CLEVER”?       

C’e’ grande fermento intorno agli ambienti urbani un po’ ovunque nel mondo: i millennial preferiscono vivere nelle città piuttosto che nei loro sobborghi, invertendo un trend che negli anni scorsi si era fatto prepotente. Diversi per dimensione, demografia, geografia, disponibiità e governance,  i contesti urbani rappresentano i perfetti terreni di prova per testare soluzioni in grado di incoraggiare e nutrire una cultura imprenditoriale diffusa e una crescita economica solida e costante.

Ross Atkin – su suggerimento di Bruce Sterling – ha elaborato il modello “Clever City” che supera il concetto delle “ Smart City”.
Per le città smart, l’industria tecnologica ha abbracciato una visione riconducibile a quella che aveva guidato lo sviluppo del personal computing, del web, del mobile e anche (secondo Bruce Sterling) dell’Internet of Things: lavorare sui dati. Raccoglierne e organizzare servizi per monetizzarli.
Le città ‘clever’ sono più che contesti nei quali la tecnologia predomina. Sono inclusive: consumatori ed imprese hanno facoltà di scegliere quali servizi adottare e di rinunciare a quelli che non li soddisfano.
Le “Clever City”  – infatti –  offrono servizi che:
1. Usano i servizi digitali per risolvere problemi dei cittadini
2. sono costruiti per i bisogni delle persone i cui problemi cercano di soddisfare
3. Sono semplici e facili da spiegare
4. Raccolgono dati nella misura in cui è necessario a risolvere problemi della collettività
5. Non sono piattaforme
La cultura maker si sta imponendo anche in contesti inaspettati, come scuole, biblioteche e  musei.   Alcune citta’ “guidano ” –  e sono quelle nelle quali la contaminazione della cultura maker e dell’approccio “open” si sono già radicati profondamente. Altre dimostrano la giusta attitudine e un forte orientamento verso lo sviluppo di una economia maker a tutto tondo.

In Italia, il report iCity Rate 2014 ha fotografato la situazione: sono le città metropolitane del centro-nord a vincere la sfida del cambiamento e conquistare la classifica: Trento, Milano, Bologna e Firenze. Crescono bene anche Venezia e Roma, che guadagna 11 posizioni in un solo anno.  Cagliari, Pescara, Bari e Napoli si fanno largo a colpi di ricerca e ecosistemi startup.
Per dirla con l’economista Enrico Moretti: “per ogni nuovo posto di lavoro in settori innovativi, in una città, ne nascono altri 5 nei settori tradizionali”.

Il “ Manifesto for the Clever City” lo trovate qui  http://www.theclevercity.net/ e per essere davvero ‘clever’ ne esiste una versione editabile a cui potete contribuire,  in perfetto stile ‘open’.

Qui c’è il report iCity Rate 2014: http://www.icitylab.it/il-rapporto-icityrate/edizione-2014/dati-2014/

I maker al museo. I visitatori ringraziano.

Le riproduzioni architettoniche per ipovedenti di QUID

Le riproduzioni architettoniche per ipovedenti di QUID

I maker entrano nei musei. E i visitatori ringraziano.

La tecnologia abilita un mondo pieno di opportunità, e anche i musei se ne stanno avvantaggiando.
E’ recente l’esempio dell’Art Institute di Chicago che, avvalendosi della stampa 3D ha iniziato a riprodurre le opere per permettere ai visitatori di esplorarne direttamente materiali, dimensioni, ed altri elementi sensoriali. Tom Burtonwood, artista proprio di Chicago, ne è stato ispirato e ha realizzato un ambizioso progetto, “Folium” che, in un libro stampato in 3D utilizzando applicazioni di Autodesk’s 123Catch e Recap, riassume gli oltre 2000 anni di storia narrati dalla collezione del museo.

Folium by Tom Burtonwood

“Folium” by Tom Burtonwood

Quello dell’accessibilità è un concetto che torna spesso quando si parla di 3D printing; la connotazione ‘open’, propria dei progetti #maker, fa dell’inclusività un principio fondante della manifattura digitale. Non è un caso, quindi, se l’esperienza multisensoriale e le sue innumerevoli espressioni trovano facile sponda nell’universo #maker: moltissimi i progetti con una forte connotazione sociale nei quali l’accessibilità è sia fine e che risultato.

Il Metropolitan Museum of Art di New York ha tenuto la sua prima mostra di lavori realizzati durante le sue lezioni denominate “Seeing Through Drawing” (vedere attraverso il disegno).
I visitatori e i partecipanti – ipo o non vedenti — hanno realizzato lavori ispirati dagli oggetti appartenenti alla collezione del museo.
Il Metropolitan Museum ha una lunga storia di accessibilità per persone con disabilità. Oggi, questi programmi sono parte integrante dell’offerta del museo. E non si tratta di un caso isolato.
In un’altra galleria, un tour nella lingua dei segni è stato realizzato per visitatori non udenti. In alcune occasioni, inoltre, alcune “postazioni multisensoriali” invitano i visitatori — tutti, inclusi quelli affetti da una qualche disabilità — a ‘vivere’ la mostra attraverso i profumi, il tatto, commenti musicali o verbali, o a descriverla a vantaggio di coloro che non possano vederla
Lo stesso per il Museo del Prado di Madrid che, con l’iniziativa “Hoy toca el Prado” , ha permesso a visitatori ipo o non vedenti di ‘conoscere con mano’ alcune opere pittoriche famose, tra cui la Monna Lisa. L’esperienza sensoriale è stata resa possibile grazie alla stampa 3D delle opere che, in rilievo, sono cosi diventate accessibili in ogni loro dettaglio. Si tratta di soluzioni che possono anche rendere fruibile l’arte a chi non può accedervi per l’impossibilita a muoversi: alcuni musei hanno iniziato ad organizzare visite ‘a domicilio’ per avvicinare all’arte ed alla bellezza, ad esempio, pazienti di ospedale in lunga degenza o gli ospiti delle case di riposo.

courtesy of Prado

courtesy of Prado

I progettisti museali e gli heritage interpreter hanno spesso usato una grande dose di immaginazione.
Dagli interventi più semplici per agevolare la visita degli ipovedenti – come gli specchi sul soffitto, gli schermi posizionati ad altezze diverse, pedane e teche modificate per agevolare l’accesso al campo visivo – alla collaborazione con service designer per ripensare i percorsi di visita: gli esempi sono numerosissimi.
Anche in Italia ci si sta attrezzando: è il caso di QUID, associazione culturale leccese che ha realizzato un intero progetto, “Citta tra le mani”, fondendo i temi del turismo e quelli dell’accessibilità. “Città tra le mani” è un progetto che promuove la cultura e la fruizione del patrimonio artistico, rendendole accessibili “a tutto tondo”, attraverso percorsi multisensoriali ed esperienze tattili.

“Città tra le mani” utilizza modellazione e stampa 3d per garantire l’accessibilità ed abbattere qualsiasi forma di barriera, sia essa architettonica, sensoriale, culturale o sociale permettendo al turista di diventare il vero protagonista di un’esperienza di scoperta. I sensi sono tutti attivati, grazie ad una sapiente combinazione di tecnologia e tradizione: i percorsi tattili sono integrati da, suoni, profumi e sapori tipici propri della destinazione che si sta ‘visitando’ . Una prerogativa riservata non solo ai non vedenti: è un’esperienza nuova e originale anche per chi la vista. Avere la possibilità di toccare con mano le riproduzioni in 3D di monumenti e opere artistiche, consente – infatti – di abbattere le barriere delle distanze, ed esportare patrimoni architettonici in tutto il mondo.

Le esperienze miltisensoriali 3D di QUID

Le esperienze miltisensoriali 3D di QUID

Sempre a cura di QUID, partirà nei prossimi mesi a Lecce il Museo Multisensoriale, nelle sale del Teatro Romano: monumenti stampati in 3D consentiranno a tutti i turisti, senza distinzioni né barriere, di provare esperienze multisensoriali legate al territorio, alla sua cultura ed alle sue tradizioni.

“Città tra le mani” lo trovate qui: http://www.cittatralemani.org/

Qui invece “Folium”: http://tomburtonwood.com/